Una splendida domenica di agosto, il sole è ancora timido, ma la strada principale di Alto (CN), è già piena di bandiere Tricolore e fazzoletti ANPI. Sono tantissime le persone, tra cui moltissimi giovani, giunte per ricordare il sacrificio di Felice Cascione, ucciso dai repubblichini di Salò nel gennaio 1944. Un giovane imperiese, che dopo vent’anni di studio, si laurea in Medicina e dopo soli due, dalla laurea, nel 1943, decise di percorrere le vie di montagna, delle sue montagne. La figura di Felice Cascione non è solo quella di un grande eroe della storia moderna italiana, come ricorda la motivazione del Qurinale, per la medaglia al valor militare, ma intorno ad egli ruota il senso di umanitas e pietas, che lo contraddistinse da molti suoi coetanei, che decisero di imbracciare le armi per combattere il nazifascismo. “Ho studiato per salvare vite, non per ucciderle”, così affermò Cascione, nel 1942, quando, una volta, catturati due fascisti, decise di non farli uccidere, come voleva la maggior parte dei suoi compagni, ma di tenerli con sé: uno dei due deciderà di entrare nella Resistenza, il secondo riuscì a fuggire dopo sei mesi di prigionia, raggiunse il comando militare, che da li a poco, catturerà Felice Cascione, per ucciderlo il 27 gennaio 1944.

Perseguitato politico, all’annuncio dell’armistizio (8 settembre 1943 n.d.r.) iniziava l’organizzazione delle bande partigiane che sotto la sua guida ed al suo comando compirono audaci gesta per la redenzione della Patria. Arditi colpi di mano, atti di sabotaggio, azioni di guerriglia sulle retrovie nemiche lo videro sempre tra i primi, valoroso fra i valorosi, animatore instancabile, apostolo di libertà. Ferito in uno scontro contro preponderanti forze nazifasciste rifiutava ogni soccorso e rimaneva sul posto per dirigere il ripiegamento dei suoi uomini. Per salvare un compagno che, catturato durante la mischia, era sottoposto a torture perché indicasse chi era il comandante, si ergeva dal suolo ove giaceva nel sangue e fieramente gridava: « Sono io il capo ». Cadeva crivellato di colpi immolando la vita in un supremo gesto di abnegazione. Val Pannevaire, 27 gennaio 1944”, queste le parole della Presidenza della Repubblica, con le quali, veniva insiginita la Medaglia d’Oro al V.M., all’imperiese Felice Cascione.

Anche quest’anno Pietro Calamandrei sarebbe stato felice nel vedere i tanti giovani che hanno percorso le vie di Alto e i sentieri, che dal Sacrario della Madonna del Lago, giungono alla lapide dove avvenne la fucilazione. “Questi giovani e queste persone, affermano gli organizzatori, rappresentano ancora una speranza, quella che tanti italiani hanno ancora voglia di tornare sui sentieri di montagna dove è nata la Nostra Costituzione”. Nel “Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza”, datato gennaio 1955, uno dei più importanti padri costituenti, Pietro Calamandrei, scriveva: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità della nazione, andate là, o giovani, col pensiero, perché là è nata la Nostra Costituzione”.

Il proposito con il quale si torna a casa, nelle città dove tutto resiste solo per “la legge della maschera e della moda”, è che questi propositi siano sempre difesi, in primis dalle Istituzioni, che purtroppo, molte volte tendono ad opacizzarli ma poi soprattutto da tutti coloro in cui credono nei 139 articoli della Carta Costituente Italiana, che, insieme, formano il volto e lo spirito di ogni singolo cittadino italiano. Proprio quello spirito di sacrificio, che ieri questi giovani intrapresero andando in montagna a combattere e che oggi noi attuiamo, unicamente, per resistere ad un ritmo e a una sopravvivenza imposta, che di umano, non hanno proprio un bel nulla.