La stagione autunnale del Martedì Letterari si chiude oggi con Marco Vannini e la presentazione del libro “Meister Eckhart, tutti i commenti ai libri dell’Antico Testamento". Testo latino a fronte. L’incontro si svolge nel Teatro dell’opera alle ore 16.30.

Frutto del suo insegnamento universitario a Parigi, i Commenti biblici di Eckhart che ci sono rimasti rappresentano uno dei vertici della tradizione di questo genere letterario. Eckhart legge la Sacra Scrittura con la scrupolosa adesione letterale di un Maestro medievale, ma la interpreta però alla luce della ragione, nella persuasione di un necessario accordo tra Scrittura e filosofia. Il primato va, anzi, a quest’ultima, in virtù del precetto agostiniano per cui niente deve valere di più della retta ragione, per cui la Scrittura lasciata a se stessa può nutrire solo la superstizione. Per Eckhart occorre andare oltre l’interpretazione letterale per scoprire il senso più vero della Parola di Dio, che si rivela solo allo e nello spirito, ovvero all’intelletto. Questi Commenti hanno perciò non solo un valore esegetico, ma anche e soprattutto un valore filosofico e mistico, tanto più rilevante oggi, in un momento in cui la verità letterale della Bibbia è pesantemente contestata.

Meister Eckhart, domenicano tedesco, contemporaneo di Dante, è unanimemente considerato il più grande mistico cristiano. La sua opera, sospetta di eresia, è stata rimossa per secoli e solo di recente riportata alla luce, riscuotendo enorme interesse.

Marco Vannini ha tradotto e pubblicato per la prima volta in italiano tutte le opere di Eckhart, nonché testi fondamentali di mistici tedeschi e francesi. Sue sono anche la Storia della mistica occidentale e La mistica delle grandi religioni. Presso Bompiani ha pubblicato nel 2010 Prego Dio che mi liberi da Dio. La religione come verità e come menzogna.

Meister Eckhart – Il pensiero che varca il limite

Sezione: Interventi

di Gianfranco Ravasi, in: Il Sole-24 Ore.

«Tutti i mistici sono pericolosi da leggere, ma è un bel rischio che si deve correre». Così scriveva un famoso teologo svizzero divenuto cardinale, Charles Journet (1891-1975). Quanto abbia ragione lo si evince dalla lettura di Meister Eckhart, un domenicano sassone nato attorno al 1260, magister a Parigi, processato presso la corte papale di Avignone, ove forse muore nel 1328. Il 27 marzo 1329 papa Giovanni XXII con la bolla In agro dominico condannava 28 proposizioni del Maestro, il cui pensiero — spesso incandescente — dilagava ormai come lava ardente nel cuore e nella mente di molti, non di rado coagulato in stampi deformi e persino devianti o apocrifi. Già un suo discepolo e grande autore mistico, Giovanni Taulero (1300-1361), bollava l’equivoco in cui era incorsa l’ermeneutica delle tesi di Eckhart: egli parlava dal punto di vista dell’esterno, ma veniva inteso dal punto di vista del tempo.

Un pensiero "pericoloso", dunque, ma assolutamente affascinante, sempre attestato alla frontiera estrema ove le verità rifulgono di luce accecante che può assomigliare a tenebra, sempre in bilico su un crinale tagliente ove col versante dell’essere scoscende dall’altra parte quello del nulla. Per averne un assaggio piuttosto emozionante giungono in contemporanea due libretti dovuti a un infaticabile divulgatore di mistica e importante studioso del Meister, il prof. Marco Vannini, sempre attento ad ammonirci che una teologia completa non deve solo percorrere le arterie piane e lastricate della speculazione formale ma anche i sentieri d’altura, come diceva Eckhart: «Lascia il luogo, lascia il tempo e anche le immagini! Procedi senza strada sullo stretto sentiero e troverai la traccia del deserto».

Il volumetto intitolato Il nulla divino raccoglie in particolare alcune primizie per la lingua italiana come certi brani poetici, alcuni autentici (è il caso di quel gioiello che è Il grano di senape, questo già edito in italiano) altri spurii ma impregnati di profumi spirituali eckhartiani. Per chi, poi, conosce bene il tedesco c’è anche la possibilità di ascoltare un sorprendente linguaggio arcaico rimato e dotato di straordinaria trasparenza: Us licht, us clâr, / us vinster gâr, / us unbenant, / us unbekant, / beginnes und ouch endes vrî / us stille stât / blôs âne wât. Cioè: «È luminoso e chiaro, / è completa tenebra, / è senza nome, / è sconosciuto, / senza inizio né fine, / se ne sta in pace, / nudo, senza veste». Grappoli di immagini si dissolvono in rarefatte intuizioni che si nutrono di ossimori, costringendoci a essere sempre al limite, ove la più pura affermazione di fede sembra rivestirsi di blasfemia eterodossa, la contemplazione è oscurità, l’Essere e il Nulla si intrecciano e s’abbracciano.

Se, dunque, nel primo libro domina la poesia — talora commentata da discepoli o da loro stessi generata — nel secondo testo, inserito nella «Piccola Biblioteca» adelphiana (di Meister Eckhart questo editore aveva già pubblicato nel 1985 i Sermoni tedeschi), ci imbattiamo invece in quattro trattatelli dalle tonalità mutevoli e talora pervasi da un’inquietudine che sembra quella che agita l’uomo moderno. Si comincia di sera, in un convento ove «fratello Eckhart rivolge ai suoi novizi che gli propongono numerose questioni» le sue «istruzioni spirituali». Si passa, poi, a una specie di sintesi del suo pensiero (forse deutero-eckhartiana), modulata sul tema del "distacco". Si entra successivamente in uno scritto della piena maturità del Maestro, quel Libro della consolazione divina che gli costò le prime accuse di eterodossia e che, forse per questo, è in finale suggellato da una vena polemica nei confronti delle menti rozze che equivocano sul messaggio di un testo colmo di serenità, pur nella tempesta dell’anima.

Infine, ecco il trattato Dell’uomo nobile, che è usato come titolo generale dell’attuale tetralogia, titolo che ammicca all’"incipit" della parabola evangelica di Luca 19,12-27: «Un uomo nobile partì per un paese lontano…». Umiltà, povertà, distacco, nobiltà interiore sono le virtù attraverso le quali l’uomo diventa figlio nel Figlio, Cristo Gesù. Vannini nella sua essenziale ma acuta premessa fa balenare l’iridescenza di un pensiero mobile, il fascino ma anche i rischi, le ebbrezze e le vertigini; non ignora anche gli effetti devastanti di certe radicalizzazioni che gli epigoni e persino certi discepoli "anonimi" (cioè in-consapevoli) moderni hanno elaborato sulle matrici eckhartiane. Per altro, il Maestro anticipava prospettive che solo secoli dopo si sarebbero aperte.

Basti pensare al tema del rapporto tra l’Assoluto e il Nulla o leggere frasi come queste di sapore pre-luterano: «Non si pensi di fondare la santità sulle opere, la santità va fondata sull’essere, giacché non sono le opere che ci santificano, siamo noi che dobbiamo santificare le opere. Per sante che siano le opere, esse non ci santificano assolutamente in quanto opere, ma, nella misura in cui siamo santi e possediamo l’essere»….