“Liguria, l’immagine di te sempre nel cuore” cantava Sbarbaro, immerso nel paesaggio ligure come consolazione al male di vivere, lo stesso di quel Montale tra le cui parole emerge vivida una terra fatta di mare, porti, ulivi e colline scoscese che anche la prosa del secolo scorso ha descritto con Biamonti e Calvino. C’è da sempre una connessione speciale tra paesaggio e letteratura. Pagine intessute di letture e visioni si rincorrono tra i due versanti di Ponente e Levante: dalle descrizioni più geograficamente minuziose a quelle sognanti, che, focalizzandosi su un particolare, dipingono il senso profondo dei luoghi. Una Liguria fatta di immagini, memorie: una forma del mondo, che dalla percezione e dagli affetti ricrea la realtà letteraria, talvolta responsabile della nostra idea di paesaggio.

Il paesaggio, un concetto che ci circonda eppure, al contempo, così difficile da definire se all’improvviso ci sorprendiamo a inserirlo in una cornice. Borghi storici di creuze lastricate che salgono dal mare, fianchi di collina muretto dopo muretto sottratti al precipizio verticale per ricoprirsi di ulivi verde argento: la Liguria da cartolina. I valori di autentico, tradizionale, tipico che rimbalzano sulla pubblicistica legata al turismo non fanno che ricordarci tutti i giorni che viviamo dentro una parte integrante del nostro patrimonio culturale. E che l’Italia intera abbondi di tasselli di arte e cultura è storia nota, ma quando si unisce a questo bagaglio anche il valore del paesaggio, inizia a delinearsi all’orizzonte una realtà brulicante di opportunità.

Il rapporto BES 2014 di Istat e Cnel mette in luce l’impatto paesaggistico su quel parametro così evanescente ma basilare che è il “benessere equo e sostenibile”. In particolare il capitolo 9 “paesaggio e patrimonio culturale” indaga il complesso rapporto tra PIL, investimenti in cultura e percezione soggettiva del paesaggio, riportando la cartografia di una Liguria che, a fronte di investimenti stabili nonostante la diminuzione dell’interesse centrale per tutela e valorizzazione del patrimonio, perde però posizioni sulla percezione delle criticità legate al territorio. La maggiore “preoccupazione per il paesaggio” è legata all’abusivismo edilizio: inutile ricordare le pagine di Calvino. Complici le recenti alluvioni, l’urgenza legata al territorio, conseguenza della cementificazione e dell’abbandono delle aree coltivabili, è sentita con particolare intensità dagli abitanti. Il paesaggio rurale – quelle colline terrazzate parte dell’immaginario ligure ed essenza del Ponente – è del resto anche il più vulnerabile. Secoli, decenni di uso del suolo ne hanno scolpito il profilo, rendendolo il paesaggio olivicolo che oggi viviamo e vendiamo ai turisti, disegnando un’identità che oggi chiamiamo tipica e che rappresenta i valori dell’autenticità, della semplicità di antiche colture al cui gusto sono associate la leggerezza e la sensualità di una regione intera. Ed è per incuria e mancati investimenti rivolti a questo paesaggio, universo di valori, che il rischio del dissesto idrogeologico più nitido a ogni allerta meteo.

Urgono azioni di difesa e valorizzazione. È il paesaggio la chiave per lo sviluppo futuro di questa terra aspra e difficile, invasa dalle speculazioni che, ciecamente, hanno minacciato il suo tesoro nascosto ma sotto agli occhi di tutti, la sua stessa essenza: il suo paesaggio. Quel tessuto che unisce la trama geografica all’ordito di una storia umana e ne fa il telone su cui proiettare le tappe dello sviluppo culturale del territorio, le sue specifiche forme di vita e valori, i suoi sapori e profumi. L’idea di se stessa, insomma, nella filiera dell’immaginario che dà senso alla narrazione turistica. Un piatto ricco, culturalmente ed economicamente parlando.

Politica paesaggistica non è infatti solo tutela culturale, ma una scelta strategica giocata su quella stessa forma del mondo che determina il quotidiano racconto dell’ambiente in cui viviamo. Solo così quello scenario antico e ricco di valori potrà preservarsi e raccontarsi attraverso esperienze, letture e giochi dell’immaginario che si intrecciano sapientemente con il quotidiano. Come quelli culinari che racconta Giuseppe Conte (La cucina dell’anima, Ponte alle grazie, 2013), che ricostruisce il paesaggio ligure attraverso i suoi prodotti, emanazione diretta del territorio. Le acciughe sono il mare, con “un anello di congiunzione alla terraferma che è nel verde cupo del ripieno”, la torta verde porta a tavola la terra, “con il suo improvviso inarcarsi in colline, ora terrazzate ora selvatiche, con un anello di congiunzione al cielo per la sua forma circolare e chiara come una luna piena”, e poi c’è l’allegria cromatica della farinata, “dorata dall’olio e striata da bruciature com’è quando esce dal forno”, un sole nel piatto. “La mia regione e la sua cucina – conclude il ragionamento gustativo-paesaggistico Conte – sono in perfetta, quasi combaciante armonia. Tra loro, e con l’intero globo terracqueo”.